Forza Italia Assisi lancia un durissimo attacco alla proposta di modifica della legge regionale umbra sulla gestione del cinghiale, attualmente in fase di adozione. “Questa non è una questione tra cacciatori. Questa è una battaglia per la salute pubblica, per la difesa dell’agricoltura umbra, per la sicurezza del territorio, per l’economia di tutta la regione. E il Comune di Assisi, che ospita il Parco del Monte Subasio con un vastissimo territorio montano da presidiare, ha il dovere di far sentire forte e chiaro il grido d’allarme del territorio”, sostiene il consigliere Francesco Fasulo.
La proposta regionale prevede l’assegnazione esclusiva dei settori vocati alla caccia al cinghiale alle squadre organizzate in braccata, escludendo di fatto tutte le altre forme di prelievo. “È esattamente l’opposto di quello che il Paese ci chiede di fare”, spiega il consigliere, secondo cui “L’Ordinanza n. 1/2026 del Commissario straordinario per la Peste Suina Africana è chiarissima: per l’Umbria l’obiettivo è prelevare 32.500 cinghiali, con un incremento del 40% dei metodi selettivi. Il Commissario ordina testualmente ‘una rilevante intensificazione della caccia di selezione su tutto il territorio venabile, anche nelle aree di caccia assegnate alle squadre’. La Regione fa l’esatto contrario. Non è incompetenza: è irresponsabilità”.
“La peste suina africana è un’emergenza sanitaria nazionale, una minaccia concreta per l’intero comparto suinicolo italiano, per l’economia zootecnica, per la salute pubblica. Ogni riduzione della pressione venatoria diffusa può trasformarsi in un boomerang sanitario ed economico per tutta la regione. Creare zone rifugio significa dare al virus spazi dove proliferare. La peste suina africana non si combatte con le chiusure gestionali: si combatte ampliando il presidio territoriale, moltiplicando i soggetti attivi, garantendo una copertura capillare e costante. La Regione fa l’esatto contrario. E questo è inaccettabile”.
Fasulo segnala che “Gli agricoltori umbri sono già allo stremo. Campi seminati distrutti in una notte. Raccolti compromessi a pochi giorni dalla mietitura. Uliveti danneggiati. Vigneti devastati. Tartufaie, patrimonio economico del nostro territorio, rovinate. Aziende agricole costrette a sostenere costi crescenti per recinzioni e sistemi di prevenzione che spesso non servono a niente, perché i cinghiali sfondano tutto. Coldiretti, Confagricoltura, CIA, le associazioni di categoria interessate, le aziende agricole e agrituristiche del territorio devono scendere in campo su questa vicenda. Devono far sentire la propria voce, forte e chiara. Perché se il contenimento rallenta, a pagare saranno proprio loro. Saranno le famiglie umbre, le imprese agricole, l’economia rurale, le produzioni tipiche che fanno la ricchezza e l’identità dell’Umbria”.
“I dati delle stagioni venatorie 2024/2025 e 2025/2026”, sottolinea il consigliere, “dimostrano che il modello attuale funziona: significativo miglioramento nel numero di cinghiali abbattuti e calo dei danni alle colture agricole. Un sistema che integra diverse forme di caccia ottiene risultati. Perché distruggerlo proprio ora, proprio nel momento in cui il Commissario straordinario ci chiede di intensificare gli sforzi? La Regione deve spiegarlo agli agricoltori umbri”. Fasulo ricorda che i cinghiali sono “un problema che riguarda l’agricoltura, il turismo rurale, il tartufo, l’economia boschiva, la filiera agroalimentare, la sicurezza stradale, le attività produttive locali. Riguarda la qualità della vita dei cittadini umbri, soprattutto nelle aree rurali che sono il cuore pulsante della nostra identità territoriale”.
Sul piano operativo, Fasulo non risparmia critiche feroci: “La proposta regionale rischia di creare le cosiddette ‘zone bianche’, aree prive di adeguato controllo venatorio, in cui il cinghiale può riprodursi indisturbato. E questo aumenta esponenzialmente sia i rischi sanitari legati alla peste suina, sia i danni all’agricoltura. Il modello che serve all’Umbria è l’esatto opposto: partecipazione diffusa, caccia individuale e selezione, presenza costante sul territorio, presidio capillare. Servono più soggetti attivi, non meno. Più controllo, non concentrazioni gestionali che creano vuoti pericolosissimi. Il territorio si difende aumentando i controlli, non restringendoli. È un principio elementare che evidentemente alla Regione sfugge”.
C’è poi il problema dei numeri: “Le squadre di braccata stanno attraversando una crisi demografica evidente, manca il ricambio generazionale e sono costrette a unirsi nelle cosiddette ‘congiunte’ per raggiungere il numero minimo di partecipanti. La Regione stessa ha dovuto abbassare a 15 unità il numero minimo per effettuare una battuta. Dove prima si svolgevano due battute in due settori distinti, oggi si effettua un’unica battuta con due squadre nello stesso settore, lasciando altre aree scoperte. La Regione spieghi con meno cacciatori attivi e con squadre che devono unirsi per raggiungere i numeri minimi, come pensate di aumentare il prelievo del 40% come richiede il Commissario straordinario?”.
Il consigliere incalza sui numeri: “Gli 8.500 cacciatori in braccata cui la Regione vorrebbe riservare i settori vocati sono un numero gonfiato. In molti casi figurano nelle squadre solo sulla carta, per raggiungere i requisiti minimi richiesti, ma partecipano in modo sporadico o nullo alle battute. È prassi diffusa che le squadre ricorrano a battute congiunte perché non riescono a garantire presenze coerenti con i numeri dichiarati. Su quali basi reali la Regione fonda questa scelta?”. E ancora: “Chi deciderà quali settori liberare da cinghiali, se la Regione procederà con questa proposta scriteriata? Se la scelta sarà demandata alle squadre, è matematico che verranno ceduti i settori meno vocati, quelli dove la presenza del cinghiale è limitata e quindi inutili ai fini del contenimento. Se invece la decisione spetterà alle commissioni settoriali o agli ATC, dobbiamo considerare che in questi organismi la maggioranza dei componenti è espressione della caccia in braccata. Come si può parlare di trasparenza e oggettività in queste condizioni? È il trionfo del conflitto di interessi istituzionalizzato”.
Fasulo chiede un tavolo regionale permanente immediato per un confronto reale, un modello gestionale inclusivo, eliminare il rischio di ‘zone bianche’, criteri trasparenti e verificabili per l’assegnazione dei settori, tutela massima delle attività agricole e monitoraggio pubblico costante oltre al coinvolgimento del commissario straordinario e rafforzamento del controllo diffuso del territorio. “In qualità di Consigliere Comunale di Opposizione e Capogruppo di Forza Italia al Comune di Assisi”, dichiara Fasulo con determinazione, “porterò avanti ogni iniziativa politica, istituzionale e amministrativa necessaria a tutela del territorio umbro, della salute pubblica e delle attività economiche e agricole messe a rischio dalla proliferazione incontrollata del cinghiale e dall’emergenza legata alla peste suina africana. Non arretrerò di un millimetro”.
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