Riceviamo e pubblichiamo una lettera di Paolo Petrozzi, residente ad Assisi, che segnala i cambiamenti in corso da tempo ad Assisi e la necessità di una mobilitazione per tutelare la città. “Non esistono più periodi in cui gli spazi tornano a essere dei cittadini e le giunte non proteggono né Assisi né i suoi abitanti”, sottolinea Petrozzi, alla vigilia tra l’altro dell’incontro pubblico proprio dedicato al centro. Di seguito la missiva arrivata alla redazione di Assisi News.
L’altro giorno, mentre stavo cercando un vecchio volume, l’occhio mi è caduto su un libro scritto parecchi anni fa da Luca Goldoni:”Viaggio in Provincia” edito da Mondadori nel 1984. Tra le varie realtà prese in esame figura anche la nostra città. A quel punto, non ricordando di preciso quali fossero le considerazioni su Assisi fatte da Goldoni, me lo sono andato a rileggere. Un passaggio della narrazione mi ha subito colpito. Lo scrittore così si esprime ponendosi alcune domande: “Che cosa significa vivere in una città dove si registra la maggiore concentrazione di religiosi, dopo la Città del Vaticano…..? Come si esce conciati dall’alluvione di cinque milioni di pellegrini attirati dal Centenario di San Francesco? Quali sono gli effetti collaterali di questa devozione altrui in dosi d’urto? E che avviene della propria fede quando ogni giorno si vende fede al dettaglio: souvenir, posti letto, crocefissi, amaro francescano?”.
Questo nei primi anni ’80, Più di quaranta anni fa. È evidente come le affermazioni di Luca Goldoni siano di una attualità sconvolgente, direi quasi profetiche. Che cosa è mutato da allora? Assolutamente niente. Cosa è stato fatto da allora per cercare di porre rimedio ad una situazione già a quel tempo paradossale? Niente, assolutamente niente. Anzi, posso dire senza tema di essere smentito, che la situazione è in netta fase di peggioramento. Lo dico da abitante del Centro Storico. Da indiano nella riserva.
Alla “Disneyland Serafica” oggi si aggiunge una “Dysneland Acutiana” (mi scuso per l’orrido neologismo) che complica maledettamente le cose. L’overtourism impazza. Una volta almeno, si avevano, nel corso dell’anno alcuni periodi che i commercianti definivano “morti” durante i quali Assisi tornava ad essere degli assisani. Oggi ciò non è più perché l’assalto avviene in ogni periodo dell’anno con punte che hanno dell’assurdo. La città ne soffre sia fisicamente che, direi, civicamente. La città è meno pulita, più sciatta, meno scintillante di come eravamo abituati a vederla qualche decennio fa. Ci sono negozi che a ferragosto hanno ancora esposte fuori le lucine di Natale, i dehors, concessi durante il periodo Covid, sono tutti indistintamente di una bruttezza senza parole, i bar sono diventati, tutti, una sorta di pseudo ristoranti con cibi precotti e piatti di carta generando una tristezza senza fine. Il traffico, problema dei problemi qui da noi, continua a non essere governato.
Si è a lungo parlato della introduzione dei varchi ma poi, passata la festa elettorale, tutto è rimasto com’era con l’aggravante che l’introduzione dei veicoli elettrici (che hanno libero accesso per legge) e la proliferazione delle cosiddette “macchinine” aumenta il disagio di noi poveri indiani. Faccio notare che il forte dibattito cittadino sul problema del traffico che caratterizzò un periodo della nostra esistenza durante il quale la partecipazione della gente comune al dibattito politico/amministrativo fu intensa e costante e culminò con la realizzazione dei parcheggi “stellari” intorno alla città (Porta Nuova, Mojano, Piazza Matteotti, Tiro a segno) risale anch’esso come gli scritti di Goldoni a più di quaranta anni fa.
Oggi la baraonda dura fino alla sera quando il circo chiude e la città diventa “Il deserto dei Tartari”. Che dire poi della qualità del turismo? Forse è meglio tacere su questo punto. Voglio solo, per curiosità, riportare cosa una signora, incontrandomi, mi chiese: “Scusi dov’è la chiesa con gli affreschi di Giobbe?”.
Sicuramente di Giobbe serve la pazienza! E invece io di pazienza non ne ho più. Mi sto invecchiando. Non sono nato ad Assisi, ci vivo da più di quaranta anni e l’ho scelta per amore. Ma comincio ad essere stanco di vivere in una città che sento sempre meno mia. Cosa fare? Domanda difficile ma che, secondo me, suggerisce una indicazione precisa: noi abitanti abbiamo il dovere di ricominciare a confrontarci sui temi. Di ritornare a vederci nella Sala della Conciliazione, per strada, al bar per dibattere sui problemi (grossissimi) che stanno mutando la faccia di questa città, come facevamo negli anni passati, costringendo l’Amministrazione di turno a prendere atto delle nostre proposte e cominciare a lavorare per affrontare la grande sfida del terzo millennio.
Qualcuno potrebbe obiettare: “ma spetta all’Amministrazione che ha vinto le elezioni ed ha conseguentemente il diritto/dovere di governare affrontare i problemi e trovare le soluzioni”. Rispondo: se le Amministrazioni, compresa l’attuale, non sono in grado di progettare (il termine mi è caro per ovvi motivi) il futuro della città che amministrano allora spetta agli abitanti il diritto/dovere di indicare la strada. Non c’è più tempo. Assisi si sta avviando verso un futuro che, inevitabilmente, porta ad escludere i suoi residenti, specie quelli del centro storico. Inutile che ci vengano a dire che siamo una risorsa, in realtà costituiamo un problema che, se le cose non cambiano, finirà per risolversi con la nostra scomparsa. Così il cerchio sarà definitivamente chiuso. Ci insegnava il nostro professore di urbanistica che le città vanno progettate, altrimenti si progetteranno da sole e, nove volte su dieci, ciò creerà grossi problemi. Non vi sembra che in questo momento la situazione sia proprio questa? Allora coraggio: chi ama Assisi deve muoversi, deve svegliarsi da questo torpore. Il sonno della ragione genera i mostri.
Foto di Francesco Baistrocchi | via Unsplash
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