Assisi ha festeggiato l’11 e il 12 agosto le Solennità di Santa Chiara e San Rufino 2026. “Possa oggi la nostra chiesa locale trarre da Rufino nuova linfa, per una testimonianza serena e gioiosa della nostra fede, le parole di monsignor Felice Accrocca durante il Pontificale da lui presieduto. Ricordando proprio il martirio del Patrono, il vescovo ha spiegato che “essere edificati come Chiesa locale sul sangue di un martire è una doppia responsabilità: ci chiede la responsabilità al martirio bianco, ossia a un’esistenza vissuta giorno per giorno non in modo egoistico ma come dono di sé. Ma ci chiede anche la disponibilità al martirio rosso, che oggi non è il rischio della vita ma essere testimoni di fede in mezzo al disprezzo malcelato e sopportando anche lo scherno, dovuto al solo fatto di essere fedeli. Questa testimonianza può essere difficile, può far crescere la voglia di non esporci: ma il martirio bianco e rosso nell’esistenza di Rufino coincidono e questo significa per noi una duplice consegna: vivere la vita come dono”. (Continua dopo il video – link diretto)
Alla solenne celebrazione nella cattedrale assisana, animata dalla Cappella musicale di San Rufino, erano presenti le autorità civili e militari e anche della Regione, della Provincia e degli altri Comuni della diocesi. “Tutta la Parola proclamata ci ha trasmesso un’idea fenomenale, quella della vita come dono. Un’idea che poi è il succo del Vangelo, l’immagine del pastore ci dice che dà la vita per le pecore; e anche il testo paolino della Seconda Lettura ci ha ricordato le affermazioni dell’Apostolo: ‘Avrei desiderato darvi non solo Vangelo ma anche vita’”. Per Accrocca, “vivere la vita come dono è la sfida che ci sta davanti: resa ancora più acuta in un tempo in cui l’individualismo spinge una persona a sentire se stessa come centro del mondo e a pensare in maniera egoistica che tutto giri intorno a lei. La concezione cristiana è opposta, fare della vita un dono a immagine di Gesù, che ha salvato gli altri a prezzo di sé. Siamo tentati di salvare noi stessi a prezzo degli altri – l’omelia del vescovo – ma dobbiamo ricordare che Gesù fa il contrario e chiede a noi di fare altrettanto, di remare controcorrente e di fare della nostra vita un pane spezzato. Possa l’esempio di San Rufino aiutarci nella semina evangelica, a fare della nostra vita un dono per gli altri”.
Ricordando il martirio di San Rufino, monsignor Accrocca ha spiegato che “essere edificati come Chiesa locale sul sangue di un martire è una doppia responsabilità: ci chiede la responsabilità al martirio bianco, ossia a un’esistenza vissuta giorno per giorno non in modo egoistico ma come dono di sé. Ma ci chiede anche la disponibilità al martirio rosso, che oggi non è il rischio della vita ma essere testimoni di fede in mezzo al disprezzo malcelato e sopportando anche lo scherno, dovuto al solo fatto di essere fedeli. Questa testimonianza può essere difficile, può far crescere la voglia di non esporci: ma il martirio bianco e rosso nell’esistenza di Rufino coincidono e questo significa per noi una duplice consegna: vivere la vita come dono”.
Il presule ha anche ricordato l’esempio di San Francesco: “Nell’Ammonizione sesta dice, ‘Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose, e per questo hanno ricevuto dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi, servi di Dio, che i santi hanno compiuto le opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il solo raccontarle’. Il Signore aiuti tutti noi, battezzati, pastori e diaconi, a essere pecore docili a vivere autenticamente il battesimo e il ministero sacerdotale/diaconale. Ci aiuti il Signore – la conclusione dell’omelia – a vivere bene la docilità del gregge e forza e clemenza necessarie nel pastore”.
FOTO © Mauro Berti – Assisi News
Le Solennità di Santa Chiara e San Rufino 2026 si erano aperte con la celebrazione della patrona della tv. “La testimonianza di Santa Chiara non parla soltanto alle clarisse, ma parla a tutti noi ed è un dono di santità per tutta la Chiesa: ad alcuni insegna a rimanere, ad altri a ritornare all’essenziale, ad altri ancora a non avere paura della fragilità. E forse a tutti dice ‘lasciatevi amare da Cristo’”. È l’auspicio del cardinale Ángel Fernández Artime, pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica che, martedì 11 agosto, ha presieduto la celebrazione nella Basilica di Santa Chiara di Assisi, in occasione della solennità della Santa, alla presenza delle massime autorità civili e militari e animata dal coro dei Cantori di Assisi.
“Oggi – l’omelia di Artime – la parola di Dio ci conduce dentro un mistero semplice e proprio per questo profondissimo: Dio desidera l’intimità con noi, con ciascuno di noi, i suoi figli e figlie: la prima lettura, bellissima, ci ha consegnato una delle pagine più tenere: Dio parla al suo popolo come uno sposo parla alla sua sposa: la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore, ti farò mia sposa per sempre. Il Vangelo ci consegna la parola che forse più d’ogni altra illumina santa Chiara: rimanete in me e in voi”. Dalle letture il cardinale tre parole chiave: “Deserto, un luogo che nella Bibbia non è geografico, ma dove Dio parla al cuore e riconduce all’essenziale; il tesoro custodito in un vaso fragile; e la dimora in cui Cristo e il discepolo rimangono l’uno nell’altro. Sono tre parole – ha detto Artime – che raccontano la vita di Santa Chiara: queste pietre, questa Chiesa, questo monastero e la preghiera silenziosa delle clarisse, ci dicono che il Vangelo, se preso sul serio, lascia una traccia nella storia. E otto secoli dopo il transito di San Francesco, la Chiesa non celebra solo la memoria dell’Assisiate, ma anche la fecondità di quel vangelo che Francesco ha accolto e che – attraverso Chiara – ha assunto una forma singolare, femminile, contemplativa, nascosta e potentemente evangelizzatrice”.
Anche Chiara, secondo Artime, “ha scelto il deserto, non geografico ma evangelico: uno spazio in cui le cose non occupano il posto di Dio. Chiara ha lasciato molto: ha lasciato una casa, una condizione sociale, le sicurezze che avrebbe potuto avere, ma soprattutto ha lasciato che Dio le togliesse tutto ciò che le avrebbe impedito di dire: ‘Tu Signore mi basti’. Questa è la povertà radicale di Chiara – ancora il cardinale nell’omelia – non avere poco, ma non avere altro Dio oltre Dio. E questo tocco di Dio non è indifferente per noi, otto secoli dopo: ‘parlerò al suo cuore’ è la grammatica della vocazione di Chiara: non conquistata da una idea, ma da Dio. Non ha incontrato un progetto di vita, ma ha incontrato Cristo Gesù. E quando una persona lo incontra, tutto cambia: cambiano priorità e relazioni, cambia il modo di guardare il mondo, cambia persino il modo di vivere la propria fragilità. Quando uno trova Cristo, il modo di guardare e di vederci, di avere i nostri rapporti e di amare cambia: per questo la santità cristiana non è diventare persone straordinarie ma lasciare che Dio parli al nostro cuore e permettere che una parola ci raggiunga così profondamente da diventare forma della nostra vita: Chiara e Francesco hanno ascoltato quella parola, ed è nata una vita nuova”.
E la parola di Gesù, ha detto ancora Artime, “non dice ‘fate grandi cose, quanto siete bravi’: ma dice soltanto e ci dice, rimanete in me: è una parola semplice, ma è una parola esigente. Noi siamo tentati di fare senza rimanere, fare tante cose per Dio, ma senza stare con lui, di parlare di Dio senza ascoltarlo e servire gli altri senza lasciarci amare. Sono dei pericoli e santa Chiara ci offre testimonianza, quella di rimanere: a San Damiano, nella preghiera, nella fraternità, nella povertà, fedeli anche quando la vita diventa difficile. E rimanere davanti a Cristo: non cercando altrove ciò che soltanto lui può dare”. Artime ha anche rivolto un invito alle clarisse: “Care sorelle, continuate a custodire questo luogo: in questa basilica dove il corpo di Chiara riposa, voi custodite una memoria che non è semplicemente archeologica, di otto secoli. Ma custodite una parola e una domanda, che questa donna rivolge ancora oggi alla Chiesa: che cosa significa prendere sul serio il Vangelo? La testimonianza di Santa Chiara non parla soltanto alle clarisse, ma parla a tutti noi ed è un dono di santità per tutta la Chiesa. In questa grande solennità – ha concluso Artime – possiamo consegnare al Signore una preghiera che ci insegni a rimanere, quando è facile e quando è difficile, quando sentiamo Dio vicino e quando sembra lontano; rimanere nella preghiera e nella comunione, e nella propria vocazione, rimanere nell’amore: perché alla fine la santità non è una grande impresa, ma la fedeltà di un piccolo tralcio che non si stacca dalla vite. Così è stato per Chiara e la sua vita apparentemente nascosta porta ancora frutti. Ottocento anni dopo, Chiara e Francesco si possono ascoltare entrambi: e noi chiediamo come grazia di non poter dire, alla fine della vita, non di aver fatto molte cose, ma di essere rimasti con il Signore e che Lui è rimasto con noi”.
Per le Solennità di Santa Chiara e San Rufino 2026 anche i secondi vespri e santa messa nel Transito di Santa Chiara presieduta da fra Marco Vianelli, ministro provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna; il 12 agosto alle ore 18 in Cattedrale una nuova messa e alle 21 il concerto in onore del Santo patrono a cura della Cappella musicale di San Rufino.
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