Giulia Severi Pierini, naturopata del Centro Cinofilo Funny Dog, propone una riflessione dedicata a San Francesco di Assisi e al suo rapporto con gli animali, un tema di grande attualità che invita a riflettere sul nostro rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi.
Ad Assisi, in questi giorni, San Francesco è ovunque – è nei luoghi dove ha vissuto, nelle celebrazioni dell’VIII Centenario del suo Transito, nei pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo e nelle parole del Cantico delle Creature che, a distanza di otto secoli, continuano a essere pronunciate, studiate e ascoltate. Ma forse c’è un modo meno consueto per tornare a guardare Francesco, cioè provare a farlo attraverso gli occhi di un animale. Perché quando pensiamo a San Francesco e agli animali, la nostra memoria corre immediatamente al lupo di Gubbio, agli uccelli, alle creature che nei racconti francescani diventano protagoniste di incontri quasi straordinari. Infatti, i fioretti dedicano diversi episodi al rapporto di Francesco con gli animali: dal lupo di Gubbio alle tortore, fino alla predicazione agli uccelli. Eppure, al di là del miracolo e della leggenda, rimane qualcosa di estremamente concreto: Francesco non sembra guardare le creature come oggetti. Le guarda come esseri con cui condividere il mondo. È questa, forse, la parte del suo messaggio che oggi può parlarci più da vicino.
Non “animali da amare”, ma creature da rispettare Nel linguaggio contemporaneo parliamo continuamente di benessere animale. Parliamo di alimentazione, prevenzione, comportamento, attività fisica, arricchimento ambientale, relazione, gestione dello stress. Abbiamo imparato che un cane o un gatto non ha bisogno soltanto di una ciotola piena e di un posto dove dormire. Ha bisogno di poter esplorare, comunicare, riposare, muoversi, sentirsi al sicuro e, in più, abbiamo imparato che un comportamento che ci appare “sbagliato” può essere il modo attraverso cui un animale esprime un disagio.
Eppure c’è una domanda che viene ancora prima di tutte queste: Siamo capaci di vedere l’animale che abbiamo davanti? E non parliamo del “cane bravo”, del “cane obbediente” e neanche del “cane (o gatto) che deve fare quello che gli chiediamo”. Ma ora parliamo di quell’individuo, con il suo carattere, le sue sensibilità, le sue paure, i suoi bisogni e la sua particolare maniera di stare nel mondo. Questa è una domanda sorprendentemente francescana! Nel Cantico delle Creature, composto da Francesco nel 1225, le creature non sono semplicemente uno sfondo della vita dell’uomo, ma entrano in un ordine più grande al quale anche l’essere umano appartiene. Quindi il tema del benessere animale assume una profondità diversa. Perché prendersi cura non significa soltanto fare qualcosa per l’animale, ma significa prima di tutto riconoscere qualcuno davanti a noi, qualcuno nella sua individualità.
Il lupo di Gubbio e una parola molto moderna: relazione C’è un’immagine che più di tutte continua a rappresentare questo rapporto: Francesco davanti al lupo di Gubbio. La storia racconta del lupo che terrorizza la popolazione e di Francesco che decide di incontrarlo e la tradizione narra poi il famoso patto tra il lupo e gli abitanti. Fermiamoci al simbolo, senza entrare nel merito della leggenda o meno: davanti a ciò che fa paura, Francesco non sceglie immediatamente la distruzione, ma cerca un incontro. Ed è proprio questo uno dei grandi temi del benessere animale contemporaneo: quando un cane ringhia, quando abbaia, quando non riesce a stare vicino a un altro cane, quando distrugge oggetti, quando non riesce a rimanere solo, quando sembra “non ascoltare”, la prima domanda non dovrebbe essere soltanto: Come faccio a farlo smettere? Ma dovrebbe essere: Che cosa sta cercando di comunicarmi? Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento, né ignorare la sicurezza delle persone o degli altri animali. Significa cambiare il punto di partenza, passare dalla continua punizione alla comprensione, dal controllo alla relazione e dal “problema da eliminare” all’individuo da comprendere.
Il benessere non è solo assenza di malattia Oggi sappiamo che parlare di benessere animale significa andare molto oltre la semplice assenza di una patologia, infatti un animale può essere fisicamente sano e vivere comunque una condizione di forte disagio. Può avere poche possibilità di esplorare. Può non riuscire a riposare adeguatamente. Può vivere continuamente in uno stato di allerta. Può essere sottoposto a richieste che non riesce a comprendere. Può avere una relazione con il proprio umano costruita quasi esclusivamente sul controllo.
E, al contrario, possiamo contribuire al suo benessere creando condizioni nelle quali possa esprimere le proprie caratteristiche naturali, avere relazioni equilibrate, trovare sicurezza e ricevere cure adeguate. E’ proprio in questo senso che il benessere animale diventa una responsabilità quotidiana e quindi non solo un gesto straordinario. E’ proprio il modo in cui scegliamo di vivere insieme che fa la differenza.
Francesco ci insegna a riconoscere l’animale per quello che è Un animale che ha delle esigenze specifiche, dei bisogni dettati dalla specie, e che possono essere anche lontani da ciò che vorremmo noi. Ogni specie ha esigenze, modalità comunicative, capacità percettive e comportamenti propri e anche ogni individuo è diverso. Questo è forse uno dei paradossi più interessanti del nostro tempo: diciamo di amare moltissimo gli animali, ma spesso rischiamo di amarli secondo ciò che vorremmo che fossero. Ma Francesco, invece, ci ha offerto proprio un’altra prospettiva: lasciare spazio all’alterità, quindi riconoscere valore anche a ciò che non è uguale a noi. È una lezione che vale per il creato, ma anche per la relazione con un animale domestico che non si comporta come vorremmo, con un animale anziano che cambia, con un soggetto fragile, pauroso o difficile da comprendere.
E forse è proprio questo il messaggio che Assisi può consegnare al futuro Ottocento anni sono un tempo enorme, eppure il messaggio di Francesco continua a essere attualizzato, proprio perché…. non appartiene soltanto al Medioevo! E allora forse, in questo ottavo centenario, potremmo provare a non limitarci a ricordare Francesco come il Santo che parlava agli animali. Ma possiamo usare questa ricorrenza per porci in maniera ancora più profonda questa domanda: Noi, oggi, sappiamo ancora ascoltarli? Ascoltare significa osservare, conoscere, rispettare. Imparare a riconoscere un segnale di paura prima che diventi un problema. Accorgerci che un animale anziano non è semplicemente “lento”, ma sta attraversando una nuova fase della sua vita. Ricordarsi che un cucciolo sperimenta e sta iniziando il suo cammino nel mondo. Capire che un animale può avere bisogno non soltanto di cure quando sta male, ma di condizioni di vita che sostengano il suo equilibrio ogni giorno. Significa, in definitiva, ricordarsi che la relazione non è una strada a senso unico: noi cambiamo la vita dei nostri animali. Ma gli animali cambiano anche il modo in cui noi impariamo a stare al mondo.
Forse è questa la vera modernità di Francesco; non averci insegnato semplicemente ad amare gli animali ma averci ricordato, otto secoli fa, che il mondo non è fatto soltanto di “noi” e di ciò che ci appartiene – ma è fatto di relazioni. E ogni volta che scegliamo di prenderci cura di una creatura con maggiore attenzione, conoscenza e rispetto, quella relazione diventa un piccolo esercizio di fraternità.
Foto via | Magnific
(Il Centro Cinofilo Funny Dog è uno degli sponsor inserzionisti del gruppo editoriale Assisi News)
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