Piero Fabbri sarà processato per omicidio colposo per la morte di Davide Piampiano, con l’aggravante della colpa cosciente, ossia quando una persona causa la morte di un’altra perché, pur essendo consapevole di poterla causare, confida in qualche modo di poterla evitare. Non tornerà dunque l’accusa originaria di omicidio volontario, nella forma del dolo eventuale, chiesta dai legali di parte civile, ossia la famiglia del giovane morto nel 2023 durante una battuta di caccia al cinghiale. Accusa che era stata ipotizzata nella prima fase delle indagini, quando il muratore era stato arrestato a qualche settimana dai fatti. Per decidere, la gup si è basata anche sul video che registrò la reazione di Fabbri subito dopo la tragedia.
“Incassata” la vittoria per quanto riguarda la riformulazione del capo d’accusa, la difesa di Fabbri “perde” però sulla richiesta di patteggiamento. L’avvocato Luca Maori aveva infatti chiesto una pena di tre anni da scontare fuori dal carcere, attraverso lavori di pubblica utilità, richiesta che, scrive il sito del Tg3 Umbria, non è stata ritenuta congrua anche per le insufficienti garanzie riguardo al risarcimento, legate a un aleatorio rimborso da parte del Fondo per le vittime di incidenti di caccia. A pagare, in caso di condanna nel processo da celebrarsi sempre a Firenze, davanti a un nuovo gup, sarà quindi lo stesso Fabbri.
Ad aprile la difesa dell’imputato e i legali della famiglia avevano ‘battagliato’ sull’imputazione da contestare a Fabbri, l’accusato per la morte di Davide Piampiano. I legali della famiglia avevano chiesto la riformulazione dell’accusa in omicidio volontario, nella forma del dolo eventuale, mentre per la difesa l’omicidio è colposo “e lo stesso gip – aveva fatto presente l’avvocato Maori – quando ha scarcerato Fabbri ha ritenuto che ci fosse la colpa grave ma non il dolo”.
Come ricordavano gli avvocati Franco Matarangolo, Giovanni Flora e Francesco Maresca, dalle indagini sulla morte di Davide Piampiano è emerso che Fabbri ha sparato da 25 metri, ad altezza uomo in un bosco in cui era consapevole ci fossero altre persone, dove la visibilità era limitata da alberi e dal sole che stava tramontando. Per i legali della famiglia ci sarebbero diversi elementi che sarebbero incompatibili con la versione di Fabbri (e quindi con la determinazione del reato), che sostiene di aver sparato pensando Davide fosse un cinghiale. Tra questi il “dislivello roccioso verticale di circa due-tre metri” in cui un cinghiale non potrebbe mai passare; l’altezza al quale il colpo che ha provocato la morte di Davide Piampiano è stato sparato, non quella di un cinghiale; le tempistiche dello sparo che ha portato all’omicidio di Davide Piampiano, incompatibili con una reazione “di getto”. (Nella foto la zona del delitto)
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