Birkenau…. Là dove cessarono i diritti è il titolo di un cortometraggio realizzato dai ragazzi della scuola Secondaria di Primo Grado “G. Alessi” dell’Istituto Comprensivo Assisi 2 che hanno riportato la propria testimonianza di viaggio nei luoghi della Shoah attraverso la presentazione di un cortometraggio accompagnato da intense riflessioni. Di seguito l’articolo sul viaggio e sul documentario su Birkenau della professoressa Milva Nucciarelli.
“Birkenau…. Là dove cessarono i diritti” Se la discesa all’inferno può essere immaginata attraverso il sentire e il percepire di un adolescente, si può rimanere sconcertati ed attoniti per il modo in cui questo stesso adolescente ne abbia tratteggiato un quadro soffocante e senza via d’uscita come se fosse la copertina di un romanzo distopico. E giovedì 25 gennaio, presso l’Auditorium comunale, i ragazzi della scuola Secondaria di Primo Grado “G. Alessi” hanno riportato la propria testimonianza di viaggio nei luoghi della Shoah attraverso la presentazione di un cortometraggio accompagnato da intense riflessioni.
Il viaggio in questione ha avuto come meta la Polonia e precisamente la visita alla città di Cracovia e al campo di concentramento-sterminio di Auschwitz e di Birkenau, effettuato lo scorso ottobre con la presenza del Dirigente Scolastico, dottoressa Chiara Grassi e della prof.ssa Roberta Gorietti, la quale è referente insieme alla docente Anna Masciotti del progetto “Memoria”. “La memoria è un vaccino prezioso contro l’indifferenza, ed è quanto mai attuale”, evidenzia la Preside nel suo discorso di apertura, “solo la memoria ci può rendere liberi da ogni esclusione e da ogni discriminazione. L’augurio, cari ragazzi è che voi diventiate testimoni di pace”. A corollario di ciò l’invito del sindaco di Assisi, Stefania Proietti, “si può sfidare il buio accendendo la luce, auspicando che il buio non ci sia più e che ognuno di noi sia luce” e l’appendice della prof.ssa Janine Fournier, che ha accompagnato e sostenuto i ragazzi nel viaggio a Birkenau e in questo coinvolgente progetto, la quale ha posto l’accento su come tale esperienza si sia nutrita di riflessioni immediate e l’auspicio che rinasca ogni volta come la fenice, in maniera nuova e rivitalizzante senza farsi abitudine o routine.
Ebbene, gli alunni sono partiti con un bagaglio esperienziale leggero, che conteneva i racconti epici di Enea ed Ulisse con la loro discesa nell’Ade e con le straordinarie avventure che Dante Alighieri fa vivere ai suoi personaggi nella Prima Cantica. Ma, ciò che si è studiato nei primi due anni della scuola media ha un sapore edulcorato che non lascia minimamente presagire quello che è poi stato il vedere, il camminare e il respirare nei luoghi dove è accaduto ciò che è umanamente “indicibile”. Dopo alcune immagini dai colori pastello riguardanti le suggestioni provate dai ragazzi nel contemplare la città polacca, con lo sguardo rivolto alla colorata e vitale piazza del Mercato, al fiume della Vistola o alla magnifica ed imponente cattedrale di Wawel, è iniziata la caduta verso gli inferi ed ha assunto il peso e la consistenza amara di queste sconvolgenti parole:
“Un luogo che mi ha colpito molto è il cimitero del quartiere ebraico di Cracovia. Questo cimitero è grandissimo, con tombe “piantate” direttamente nel terreno e sopra tanti sassolini che ricordano gli ebrei durante la traversata del deserto. Quando dovevano seppellire i compagni morti, ricoprivano la tomba con i sassolini per evitare che gli animali potessero cibarsi del corpo e profanarlo. La cosa, tuttavia, che mi ha colpito di più del cimitero è il muro, creato con pezzi di pietra di tombe ebraiche distrutte ed usate precedentemente per fare i pavimenti dei campi di concentramento e riutilizzate in seguito per costruire muri. Quando ho sentito questa spiegazione, ho avuto i brividi e ho provato un grande senso di inquietudine al pensiero che i nazisti non hanno avuto rispetto nemmeno per un luogo sacro come il cimitero. (Lorenzo Gentili)
“Il ghetto ebraico di Cracovia ha suscitato in me diverse sensazioni. Prima tra tutte il senso di costrizione per la reclusione dell’uomo. Gli ebrei erano lì rinchiusi e non potevano uscire, vivevano in case piccole condividendo lo spazio con persone sconosciute. Ho sentito una forte inquietudine, perché ho pensato a tutta quella povera gente e soprattutto ai bambini ai quali in tenera età non era più concesso di esplorare il mondo in libertà e colmare la curiosità attraverso milioni di domande. Dopo aver sentito le storie degli ebrei dalla guida ho provato anche ammirazione per quelle persone che si sono fatte avanti per salvare migliaia di bambini senza avere paura delle conseguenze: reclusione in prigione o addirittura la morte. Come il farmacista cattolico Tedeus Pankiewicz che, anche grazie alla forza di volontà delle sue infermiere, riuscì a portare fuori dal ghetto migliaia di ebrei oppure a nascondere le lettere in un armadio per poi farle recapitare alla gente del luogo. Nei suoi libri si legge anche che con i tranquillizzanti calmava i bambini ansiosi durante i controlli della Gestapo. Adesso quando ripenso al ghetto, ringrazio il Signore tutti i giorni per la mia libertà. (Giulio Rubini).
“Quando si percorre il tunnel d’ingresso ad Auschwitz, dagli altoparlanti vengono enunciati alcuni nomi dei milioni di vittime, ed io ho percepito un senso di vuoto, come se le anime dei morti mi trapassassero la pelle e mi rubassero tutta la felicità che non hanno potuto avere”. (Angelica Siena)
“Avrò sempre stampato nella testa l’immagine del cancello di Auschwitz. La scritta “Arbeit macht frei” arrugginita con dietro un impenetrabile muro di nebbia. Era come se la parte cosciente di me che sapeva cosa fosse successo là, avvisasse l’altra parte di sé, il subconscio, di non sapere cosa aspettarsi. Ero stupito, per qualche secondo è stato come se fossi sott’acqua, tutto si fermò, poi mi ripresi. Mi ricordo ancora la sensazione di umido sulla pelle, il profumo di erba, la voce della guida”. (Gabriele Mazzoli).
“Quando sono entrata ad Auschwitz l’impatto più grande l’ho avuto guardando il filo spinato. Metteva i brividi, l’ho visto con la coda dell’occhio e subito dopo ho abbassato lo sguardo. Faceva paura. L’unica parola per descrivere questo è: ORRORE.” (Rachele Capitani).
“Nella stanza dei capelli….Quando ho guardato quell’infinità di capelli delle vittime mi sono reso conto del numero elevato delle vittime, che fino a quel momento consideravo solo una cifra, e mi sono sentito debole, e ho immaginato e mi sono chiesto: e se lo avessero fatto a me?” “Il block 41 era il luogo in cui venivano fatti gli esperimenti sui bambini. All’interno del block c’erano molte immagini, ma una in particolare mi ha colpito: una foto di quattro gemelli, erano scheletrici, deboli, spenti. Appena ho visto la foto ho provato dolore, vuoto, l’ho osservata per due secondi poi ho abbassato lo sguardo e senza catturare l’immagine con il cellulare, ho proseguito la visita. Non mi scorderò mai quell’immagine e ogni volta che ci ripenso capisco quanto sono fortunato”. (Andrea Esposito)
“Appena ho visto il muro delle fucilazioni, ho provato un senso di vuoto, non riuscivo a parlare. Ho provato tanto terrore e al solo pensiero che lì sono morte centinaia di migliaia di persone, mi vengono ancora i brividi. Sono incredula di come l’essere umano non abbia avuto un briciolo di rispetto verso i suoi simili”. (Adele Massini)
“All’entrata nelle camere a gas, l’atmosfera si è riempita di tristezza e di orrore. Ogni mattone sembra portare il peso di ogni persona che lì dentro ha perso la vita; le pareti mi ricordano un passato di disumanità. Camminare lì dentro è come fare un viaggio nel buio della storia, dove anche l’aria sembra riportare la voce delle vittime. Le camere a gas sono un luogo dove la follia umana ha raggiunto proporzioni disumane.”(Raffaele Carrara)
“Non dimenticherò mai quando sono entrato dentro le camere a gas di Auschwitz. Ancora si respira l’aria soffocante che c’era al tempo della Shoah; mi sembra di sentire le urla delle persone che entravano e che non sarebbero mai più uscite. Il posto suscitava ancora più ansia a causa della nebbia, che lo rendeva quasi irreale. In quel luogo ho provato molta inquietudine e molta tristezza perché mi sono reso conto che stavo camminando attraverso luoghi di morte e di dolore. L’eco dei passi che rimbombavano mi provocavano ancora più angoscia ed era come se avessi paura di non poter più uscire”. (Lorenzo Gentili).
“Nei forni crematori se mi sforzavo riuscivo ancora a sentire l’odore di carne bruciata e immaginarmi la scena, tra l’altro spaventosa. Questo viaggio ha lasciato in me la responsabilità nel far sì che questo non risucceda più, oltre a lasciarmi la consapevolezza di quello che è realmente accaduto”. (Mario Perticoni).
“È stata un’esperienza “toccante”: se penso a quello che hanno vissuto gli Ebrei mi vengono i brividi. Le “latrine” e i “letti”, dove dormivano in cinque o in sei persone, mi hanno colpito particolarmente. Per quanto riguarda i bagni la guida ci ha spiegato che gli Ebrei venivano frustati perché facessero più velocemente i loro bisogni. Io non me lo immaginavo così Birkenau, però visitandolo, girandoci dentro, ho iniziato a realizzare di più la dura e difficile vita che hanno vissuto gli Ebrei. È stata un’esperienza che rimarrà per sempre nel mio cuore e nei miei ricordi”. (Elena Trabalza)
“Mi ha spaventato il fatto che in quei luoghi non ci fosse un minimo di riservatezza. Questo mi aiuta a capire che i nazisti non volevano danneggiare solo fisicamente gli ebrei ma anche psicologicamente”. (Francesco Bocchini).
“Un posto che non riuscirò mai a scordare è il luogo destinato ai bisogni fisici nel campo di concentramento di Birkenau. Vedendo quelle latrine ho provato un senso di soffocamento, e mettendomi nei panni dei prigionieri ho provato vergogna e non oso immaginare come loro _potevano sentirsi umiliati davanti a così tanta gente”. (Massini Adele).
“I luoghi che mi hanno colpita di più sono stati sicuramente i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau, soprattutto i blocchi e la stanza dove si trovano tutti i capelli degli ebrei uccisi. In quella stanza ho provato molta rabbia perché quel luogo era l’esempio concreto del non rispetto verso quelle povere persone innocenti. Birkenau mi ha colpita per la sua immensità, ma lì ho respirato un’aria di chiusura nonostante fosse tutto aperto e non ci fossero mura. Vedere il treno con i vagoni che ha deportato milioni di ebrei, ha provocato in me diverse emozioni che mi risulta difficile esprimere ma che non dimenticherò mai. Visitando questi luoghi ho provato molta tristezza e un senso di ingiustizia per la vita di tante persone strappata soltanto per discriminazione e per la superiorità”. (Giulia Figlioli).
“Un luogo che mi ha colpito molto è la Piazza degli eroi del ghetto di Cracovia. 68 sedie di metallo: ognuna rappresenta 1000 ebrei morti deportati da Cracovia. Quelle sedie mi suggerivano un senso di riempimento dei vuoti lasciati dalle vittime; un modo particolare per ricordarli ed onorarli. Allo stesso tempo mi sembrava di percepire che su quelle sedie ci fosse seduto qualcuno, come se quel vuoto non si potesse riempire, perché purtroppo quei poveretti non sono più tornati. Le persone oggi si possono sedere su quelle seggiole; inizialmente ho pensato che ciò fosse irrispettoso, ma , sedendomi, mi sono reso conto che invece si prova un maggiore coinvolgimento. Le sedie sono tutte rivolte verso il campo di Auschwitz: un altro modo per riaccendere la memoria di quei luoghi dove sono morte le 68000 persone considerate diverse e inferiori. E’ un monumento semplice, originale, che fa riflettere moltissimo”. (Gianmarco Migliosi).
“Della fabbrica di Schindler mi ha colpita la stanza in cui c’erano le foto delle persone che Schindler aveva aiutato salvandole dal campo. In tutto quel male c’erano ancora persone che si battevano per la salvaguardia dei diritti umani e che aiutavano anche con un rischio altissimo, i propri simili a sfuggire ai campi di concentramento e di sterminio. Mi ha colpito anche perché essa conteneva stralci di articoli di giornale dei bolli che scandivano le diverse fasi dell’epoca nazista. Questo fatto mi ha suscitato un sentimento di “nostalgia”, come se fossi vissuta in quell’epoca e mi è piaciuto molto come la guida abbia descritto il cambiamento della situazione degli ebrei, fase per fase, per ogni periodo”. (Sara Azzola).
Certamente è superfluo sottolineare come la restituzione di una parte delle esperienze di questi ragazzi sia stata così efficace da far palpitare il pubblico presente che si è trasformato in uno spettatore rapito ed ammaliato da uno stregato incantesimo. Testimonianze come pezzi di vetro affilati e taglienti, al cui contatto si sanguina ancora, ma anche moniti e sirene di allarme affinché l’uomo non si lasci trasportare dall’istintiva violenza, dalla volontà di potenza, di dominare sull’altro attraverso le molteplici e svariate forme di crudeltà. Che siano proprio loro, i più giovani ad insegnarcelo e a tramandarlo ai propri eredi come fine e significato di ogni esistenza.
Birkenau
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