(Stefano Berti) Assisi sta vivendo un anno straordinario. L’ottavo centenario francescano ha riportato la città al centro dell’attenzione nazionale e internazionale, con eventi, celebrazioni e presenze che hanno confermato, ancora una volta, la straordinaria capacità di Assisi di attrarre e di accogliere.
Nei giorni scorsi e ancora oggi, con San Francesco patrono d’Italia, i riflettori sono sempre più accesi e, dopo le imminenti celebrazioni per San Carlo Acutis, il 27 ottobre arriverà Papa Leone XIV per un altro appuntamento che porterà Assisi sulle prime pagine e nei collegamenti di tutto il mondo. Insomma, sotto i riflettori ci sappiamo stare, eccome.
E bisogna riconoscerlo: quando c’è da organizzare un grande evento, Assisi sa fare il suo mestiere. Sa accogliere, sa organizzare, sa presentarsi e, soprattutto, sa essere sempre pronta per la fotografia di rito. Siamo diventati, con un po’ di sana ironia, dei professionisti del taglio del nastro: qualsiasi evento, qualsiasi inaugurazione, qualsiasi occasione, noi siamo lì, in prima fila. Su questo non ci batte nessuno.
Ma qui la domanda non è soltanto cosa abbia fatto Assisi in questo anno straordinario. La domanda è cosa voglia fare la politica nei prossimi dieci, quindici o addirittura venticinque anni.
Perché proprio mentre si celebrano gli anniversari e si inaugurano opere, sarebbe utile sapere quale idea di città hanno in mente amministratori e forze politiche. Non soltanto quale sarà il prossimo evento da organizzare, ma quale Assisi vogliamo costruire quando gli eventi saranno finiti. Perché l’ottavo centenario finirà, il Papa sarà ripartito, i palchi verranno smontati e i riflettori, prima o poi, si spegneranno.
E allora la domanda è inevitabile: che cosa resterà e, soprattutto, quale sarà il progetto per Assisi? Perché oggi sembra mancare una vera programmazione di lungo periodo. Non è chiaro quali strade si vogliano rifare, quali infrastrutture realizzare, quale idea ci sia per la mobilità, per il turismo, per le frazioni, per il commercio, per lo sport, per i luoghi dove praticarlo, per il centro storico. Non si vede, insomma, una visione complessiva della città che vada oltre il prossimo appuntamento.
E il problema non riguarda soltanto chi governa. Perché alla maggioranza spetta il compito di indicare una direzione, ma anche la minoranza dovrebbe essere capace di proporre un’idea alternativa e di confrontarsi sulle grandi questioni, invece di rimanere troppo spesso dentro la cronaca quotidiana della polemica politica.
La politica, insomma, dovrebbe tornare a fare una cosa che sembra quasi diventata rivoluzionaria: parlare del futuro. Assisi avrebbe bisogno di una programmazione che guardi ai prossimi dieci, quindici, addirittura venticinque anni. Perché per programmare e costruire ci vuole tempo, e non soltanto al prossimo evento.
Servirebbe almeno un terreno comune sulle grandi scelte della città, perché alcune questioni dovrebbero andare oltre le maggioranze, le opposizioni e le singole legislature.
Perché organizzare grandi eventi lo sappiamo fare. Accogliere lo sappiamo fare. Stare sotto i riflettori lo sappiamo fare benissimo. Adesso sarebbe interessante capire se sappiamo anche progettare il futuro di Assisi quando – in una città comunque e senza sosta sempre sotto agli occhi del mondo – i riflettori si saranno spenti. E a guardare, giorno dopo giorno, ciò che si sussegue, sembra che a tutto questo non ci pensi nessuno. Ma la speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire.
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